# 27 – Una preghiera d’acciaio

•12 marzo 2009 • 5 commenti

Vedi scorrere i filari di vite, fuori dal finestrino posteriore lucido e trasparente. I tuoi occhi atoni fanno il paio con la tua espressione assente. Le tue mani sono bianche, strette in una preghiera d’acciaio.

Ti ha sempre affascinato la natura di quel metallo. Freddo eppure partecipe, ha rivoluzionato il mondo. Ha fatto quello che non hai potuto fare con la tua vita.
Era quello che volevi: studentessa perfetta, matrimonio perfetto, figli perfetti. Eppure il fuoco che bruciava dentro te non scalfiva il metallo della tua resistenza.

Stasera l’hai guardato, preso in mano, celato anche alla tua anima. I figli a letto, angeli biondi, e tu, fredda come al solito, sopra di lui. Ennesimo rapporto senza tempra.

Eppure d’un tratto ti fai fuoco, lo prendi, lo fai scivolare vincendo una iniziale resistenza.
Scoppia il tuo primo orgasmo da dieci anni, mentre lui è dentro di te, e tu dentro di lui.
I suoi occhi sbarrati guardano le tue mani giunte sul manico di un coltello d’acciaio, profondamente infilato nell’addome del padre dei tuoi figli.

Ora l’acciaio che avvolge i tuoi polsi è diverso. Non senti freddo, non senti caldo. Senti solo il pallido contatto di un paio di manette, e la testa avvinghiata al tuo corpo immobile sul sedile posteriore di una gazzella della polizia.

# 26 – Quello che non sai

•5 marzo 2009 • 5 commenti

Camminate per strada. Felici. Mani l’uno nei jeans dell’altra. Non ti sembra vero che lei, maglietta leggera e giacca quasi maschile, sia con te. Capelli profumati, occhi trasparenti. Felice, sorride del vostro rapporto. Sì, perché ora siete un voi o, come ti dici, la mattina, allo specchio, un noi.

Sembrate felici, davvero. Con lo sguardo l’uomo vi segue. Non ve ne accorgete.

Sedete ad un tavolino, all’interno di un bar. Alla pareti, arte moderna, che tu ignori. “Bella e sensuale” pensi. Ti domandi come puoi essere così fortunato. Dopo un bacio a fior di labbra, ti sporgi all’indietro sulla sedia, ti fai dondolare. Soddisfatto, davvero.

Lei ti consegna la borsetta, va verso il bagno. Si gira e ti sorride. Tu chiudi gli occhi, contemplandone il recentissimo ricordo.

Ed è questo il tuo primo, unico, enorme errore. Non vedi che l’uomo la segue. Sei come stregato dai suoi occhi trasparenti. Mentre le baciavi il collo: quello che non hai visto. Uno scambio di sguardi, duri, cristallini. Un segno di riconoscimento che tu non conosci: può essere di tutto, un simbolo sulla maglietta, una spilla; l’appartenenza ad un mondo che ti resterà segreto.

Quello che non vedi, ora. Non la vedi scopata nel bagno, duramente. Non vedi la mano dell’estraneo trattenerle le grida sulla bocca, per non farti sentire. Non vedi quel piacere selvaggio che le deforma il volto in un orgasmo che tu non le darai mai. Non ne senti il sapore, l’odore di cui avvertirai inconsciamente un ricordo, che ti scatenerà la pallida eccitazione che ti permetti, di cui non conosci l’origine.

Lei torna. “Fa caldo; usciamo di qui, amore?”

Annuisci felice.

# 25 – Acqua santa

•23 febbraio 2009 • 1 commento

Ad ogni bracciata senti scivolare via la colpa. L’acqua che ti circonda non ti pulirà la coscienza, solo il corpo. Ma è qualcosa. Abbastanza per respirare, sul pelo della vasca. La piscina vuota, il favore di un amico conquistato dai tuoi occhi. La necessità di lavare via l’osceno.

Ci avevi pensato fin dall’inizio, lo sapevi. Il gioco era fuori controllo, anche per te. Non hai resistito alla tentazione, alla tua intelligenza, al tuo desiderio.

Ora il sudore mischiato al profumo di molti corpi è lavato via da quest’acqua gelata. L’uomo della tua vita non sentirà nulla. E’ troppo impegnato ad ascoltare i suoi pensieri per capire che non è abbastanza. Che i tuoi desideri sono voragine dentro.

Dopo due ore ininterrotte hai capito. Non vuole e non vorrà vedere: è troppo comodo così, sei troppo bella e troppo scaltra perché decida di mettervi in discussione.

Dopo due ore, variando gli stili come una dannata, ti sei assolta dai tuoi peccati. Non importa la morale. Hai avuto corpi per te, molti, non ricordi quanti. Hai avuto un piacere così intenso da stordirti come un derviscio che ha ruotato giorni e giorni. Sei in catene, hashishin pronta a peccare di nuovo: il tuo piacere è il sultano che ti libera, la tua dipendenza sono quei giochi incontrollati.

Lui non saprà. O non vorrà saperlo.

Ti stai già raccogliendo i capelli in una coda rispettabile. Il tuo corpo è asciutto, vestito, pronto alla guerra quotidiana che affronti quando di fronte al tuo cervello vedono solo il tuo corpo. Solo qualche ora prima eri solo corpo, e ne godevi.

# 24 – Il talento di Saint Germain

•19 febbraio 2009 • Lascia un commento

Pelle liscia, ambrata, illuminata appena da un bruciatore che spande odore di miele. La lunga pipa in una mano; l’altra distesa sul fianco, come il corpo nudo e asciutto sul tappeto. Fuori, la metropoli afosa, in pieno giorno. Nel suo pigro movimento scopre alla luce tenue un seno perfetto, mentre avvicina la sua prigionia alla bocca.

La cravatta di lui la osserva, tesa e perfetta. Gli occhi scuri quasi scompaiono nel buio del loft serrato al mondo.

Le labbra di lei si aprono pigramente, a sputar sentenza sottovoce:

“Il talento non ti salverà per sempre”.

Muove un piede, l’uomo. Il corpo sempre teso, mai un rilassamento, nemmeno ora, dopo l’assoluzione.

“E’ vero, il mio talento non basterà. Ma, da duemila anni ad oggi, è stato più che sufficiente”.

Si faceva chiamare Il Conte. Millantava frequentazioni leggendarie. Raccontava di giovani efebici e baccanali dionisiaci; narrava delle rivoluzioni passate viste da spettatore, ma in prima persona singolare. Parlava di lei già al passato.

# 23 – Ognuno al proprio posto

•13 febbraio 2009 • Lascia un commento

“Guarda! Non chiudere gli occhi davanti al mondo.
Respira! Anche se l’aria è stantia.

Non aver paura, anche se il senso sfugge.

Senti solo la tua pelle, dove si proietta, quando è schiacciata.

Esiste solo il corpo ora, vivo. E’ il corpo a fare la differenza.

Chiudi gli occhi ora, non davanti al mondo, ma di fronte a te.

Fidati e abbandonati, so che non vuoi altro.”

“Non c’era nient’altro che la sua voce a guidarmi” avrebbe detto alla giuria.

Non sarebbe mai stata assolta. Aveva premeditato il gesto? Si, senza dubbio.

“Non ero in me, dovete credermi!” quasi un grido di aiuto.

Brusio sommesso della Corte d’Appello. Giuria popolare. Appellabile, ma senza pietà. Il giudizio dei pari.

“I pari che non avrebbero capito il gioco. I pari che nascondono i desideri. I pari che risolvono il piacere nel talamo coniugale, e tradiscono con imperitura malagrazia. I pari noiosi, uomini e donne risoluti nel negare la propria natura”. Lui guardava, testimone del desiderio e della condanna. Rideva, quasi, senza farsi vedere.

L’ultimo suo desiderio per lei. Lei l’aveva accettato. Un guinzaglio stroppo stretto, un gioco spinto troppo oltre. E l’ultima prova della schiava. La condanna, al posto suo.

# 22 – Le conseguenze del desiderio

•11 febbraio 2009 • 1 commento

Che si svegliasse sudato nel cuore della notte, non era una cosa normale. Ma la poteva sopportare.

La moglie si preoccupava delle sorti del marito. Psichiatra affermato, aveva brevettato un importante strumento: poteva ascoltare i sogni delle persone.
I suoi studi lo avevano portato ad essere poco presente nella sua vita. Lei non se ne lamentava mai ad alta voce. In fondo, pensava, la vita è una questione di scelte. Aveva contraccambiato volentieri l’avventura con il benessere sociale. Un uomo più grande di lei. Un genio, a detta di alcuni.
Erano arrivati anche i soldi. Più di quanti ne riuscisse a spendere nei numerosi del intensi fine-settimana con i giovani amanti.
Eppure quell’uomo, al quale doveva molto, ora la turbava. Non aveva mai avuto una vita sessuale brillante, non si accorgeva dei tradimenti continui, della sensualità della donna.
Ora, lei lo notava, aveva erezioni continue nel cuore della notte. Esplosioni di desiderio incontrollabili, che lei non era disposta a soddisfare.

Lo psichiatra sentiva il calore di un piacere troppo a lungo trattenuto scivolargli sul ventre, da dentro a fuori. I pensieri dei suoi pazienti lo tormentavano di continuo. Scene isteriche, sconnesse, dilanianti si trasferivano dai loro sogni alla sua libido, giorno dopo giorno meno controllabile.
Pensava che i sogni fossero una cosa diversa, i suoi studi glielo dicevano. Ma avrebbero anche dovuto suggerirgli che la razionalità è un modello, e la realtà a cui era riuscito ad arrivare poteva essere diversa.
Così l’ascolto dei sogni si era trasformato in desiderio: i sogni degli altri erano la colonna sonora della sua vita mancata. Erano il pianto disperato del corpo che gridava vendetta contro i suoi studi, contro il tempo passato.

Ed una notte un grido più forte, una violenza inaspettata sulla moglie che dormiva. Una forza che non pensava di avere: “l’ho rotta” la prima sensazione quando sentì il sangue scorrere nel letto. Solo mentre girava lo sguardo accompagnato dai poliziotti, sentì il dolore pesargli addosso.
Non per la frase in sé. Quanto per il peso della sterile sensazione di aver gettato la propria vita.

# 21 – Libertà e controllo

•8 febbraio 2009 • Lascia un commento

“Perché vedi, Elle, la libertà è qualcosa difficile da gestire”.

Le parlava, le parlava spesso prima. “Molte donne, uomini, scelgono di legarsi agli altri per paura. Come le dinamiche uomo-donna. La donna vuole un uomo, un uomo vero, che prenda tutte le decisioni, lasciandole però il diritto di criticare”.

Elle era abituata a queste sfuriate. Lo lasciava parlare mentre si vestiva. “Prendi mia moglie, ad esempio. Era una santa, sono stato io a darle il mondo in mano. Ora è una femmina, ha la sua età eh, è un po’ cadente, però adesso sa come farmi godere; ma la strada, per arrivare ad essere la donna che è ora, gliel’ho indicata io.”

Elle sapeva che l’avvocato aveva ragione. Lei stava semplicemente indossando un costume. Desiderava tutt’altro, in fondo allo stomaco.

“E poi quando sei tu a decidere… è più complicato, sul lavoro come nel sesso. Sai, non è semplice ogni volta doversi inventare qualcosa.”

Quel vestiario la faceva sempre sudare molto, il ruolo non era il suo preferito… però meglio padrona che schiava: in fondo faceva questo mestiere per non esserlo. Un piccolo ghigno le segnò il viso, pensando che tra un po’ la frustrazione del latex sarebbe scomparsa cedendo il passo al controllo totale.

“Adesso taci! E per te sono la Padrona Elle. Mettiti a quattro zampe, cane. Sarai il primo cagnetto a provare la mia frusta nuova”.

 
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