# 13 – Ci prenderemo come cani

“Ero un bambino, Vostro Onore”. Cominciò così. “Mi facevo dondolare da solo sull’altalena, in mezzo alla neve”. Lo guardavano raggelati, non si aspettavano che l’assassino avesse un’infanzia. “Ero lì, e continuavo, era piacevole, nonostante il freddo. Sentii un profumo”. Lo sguardo dell’uomo andò verso l’avvocato.

“Un odore dicevo. Alcuni anni dopo l’avrei riconosciuto. Era un animale, un cane, sbranato”. Erano sconvolti dal fatto stesso che quest’uomo potesse parlare in pubblico, che fosse ancora una creatura dotata di diritti. La sentenza già scritta nei loro occhi che leggono solo schermi.

“Andai in casa, per avvertire mio padre. E vidi due corpi nudi,  avvinghiati, non li riconobbi. Presi un coltello dal tavolo, a dispetto delle grida. Lo affondai, più volte, sentii di nuovo il profumo del sangue”. L’avvocato abbassò la testa, non doveva andare così. Si era arreso, fu chiaro al giudice che lo guardava in attesa di una reazione.

“Fu delizioso sentire ancora quel profumo, accadde circa tre mesi fa. Diedi loro quello che meritavano, gli uomini non gridano come animali”. L’incongruenza non spaventò la legge. L’ipocrisia di pensare al sesso nello stesso modo di un assassino, non intimorì i giurati.

~ di piccolestoriescrittemale su 24 gennaio 2009.

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